Diagnosi del Parkinson

La diagnosi del Parkinson si basa su una visita neurologica che ha molteplici scopi. Il neurologo inizia ponendo domande specifiche al paziente allo scopo di ricostruire un quadro completo della sua storia, per cui andrà ad indagare un eventuale familiarità con la malattia, lo stile di vita, i sintomi riferiti.

Successivamente effettuerà un esame neurologico completo e, in caso di dubbi, andrà a valutare la risposta alla terapia dopaminergica sostitutiva.  I test farmacologici sono necessari per la diagnosi di morbo di Parkinson, generalmente si utilizzano l’apomorfina, la L-dopa dispersibile e la L-dopa metilestere.

Quando si usa l’apomorfina si ha una buona indicazione per quanto riguarda l’attività dei recettori dopaminergici nello striato, dato che l’apomorfina è in grado di stimolare questi recettori direttamente. Dopo 15 minuti dalla sua somministrazione sottocute, si effettua il primo rilevamento. Con il test della L-dopa si osserva la capacità dei neuroni residui di convertire la L-dopa in dopamina e l’efficienza dei recettori.

La diagnosi strumentale del parkinson.

Gli esami strumentali, come la Risonanza magnetica nucleare ad alto campo (SPECT DATscan), la PET cerebrale e la scintigrafia del miocardio servono da supporto alla diagnosi clinica. Sarà il neurologo a decidere se e quali esami il paziente dovrà eseguire per il completamento della diagnosi. Questi esami sono utili anche per escludere altre patologie, che in fase precoce, presentano caratteristiche simili al Parkinson, come la Atrofia Multi Sistemica (MSA), la Paralisi Sopranucleare Progressiva (PSP), la Degenerazione Cortico Basale (CBD), la Demenza Fronto Temporale (FTD). Queste ultime in genere presentano una scarsa risposta alla terapia dopaminergica.

Il quadro clinico si basa su scale di valutazione di tipo internazionale, di cui una delle più utilizzate è la UPDRS (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale) costituita da 4 parti in sequenza. La parte I prevede la valutazione dello stato mentale del paziente, del suo umore e comportamento; la parte II è dedicata alla valutazione della attività quotidiane; la parte III è puramente clinica ed è relativa alle abilità motorie, mentre la parte IV considera le possibili complicanze motorie.

Ad ogni parte viene associato un valore che varia da 0, che indica assenza, e 4, che è indice di gravità. Il punteggio numerico che si ottiene sommando i valori indica la progressione della malattia e prevede l’efficacia clinica del trattamento con i farmaci anti-parkinson.

Anche le altre scale di valutazione internazionale, come la scala di Hohen e Yahr, si basano sull’attribuzione di punteggi numerici e sono indicative del grado di disabilità e di compromissione motorio-posturale paziente. Con lievi differenze, queste scale di valutazione considerano anche la capacità mentale, la prontezza di riflessi, l’attività di vita quotidiana e le complicanze che insorgono in seguito alla terapia. Questi parametri consentono all’equipe medica di tracciare un quadro completo del soggetto affetto dal Parkinson.

I principali criteri diagnostici sono:

  1. tremore a riposo, distale (3-6 Hz): costituisce il tipo di tremore più frequentemente osservato nella malattia di Parkinson
  2. rigidità: presente in una percentuale elevata di casi di malattia di Parkinson (89-99%);
  3. bradicinesia: si manifesta nel 77-98% dei casi
  4. esordio asimmetrico: costituisce la più frequente modalità di distribuzione iniziale della sintomatologia (72-75% dei casi)

La sicurezza diagnostica è fornita solo dall’esame autoptico o suggerita dalla verifica nel tempo della corrispondenza con i criteri clinici.

I casi di parkinson giovanile

Per conoscere le differenze sintomatiche e diagnostiche del parkinson giovanile clicca qui. 

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