Gli Studi sugli inibitori degli Endocannabinoidi

Il  livello di anandamide, un endocannabinoide, aumenta nel sistema nervoso centrale in presenza di lesioni parkinsoniane: questi i risultati del team di ricerca medica guidato dal Prof Mauro Maccarrone, Professore Ordinario di Biochimica e Direttore di Scienze Biomediche dell’Università di Teramo.

l dato è stato inizialmente confermato nell’esemplare di scimmia prescelto per il test, e in un secondo momento dalle analisi del liquido cefalorachidiano di pazienti parkinsoniani non ancora trattati farmacologicamente. Altre conferme sono arrivate dai test sui ratti: quando è stato somministrato l’inibitore di un enzima che degrada l’anandamide, il deficit motorio dei ratti con lesioni parkinsoniane è migliorato notevolmente.

L’equipe medica ha interpretato questo aumento dell’anandamide come una difesa dell’organismo, in pratica l’innesco di un meccanismo neuroprotettivo. Il conseguente miglioramento della sintomatologia è probabilmente dovuto alla comprovata capacità dell’anandamide di correggere lo squilibrio nei circuiti nervosi nello striato. Di recente scoperta è, invece, l’effetto riduttore dell’anandamide rispetto all’arachidinonoilglicerolo, un altro endocannabinoide che ha effetti negativi sui circuiti nervosi.

E’ quindi positiva la prospettiva dell’utilizzo in terapia degli inibitori della degradazione dell’anandamide per il morbo di Parkinson. Gli inibitori potrebbero essere utili per compensare la progressiva perdita di efficacia dei farmaci nel tempo, come accade con la levodopa. Attualmente gli inibitori vengono somministrati all’uomo nell’ambito di terapie cliniche sperimentali per il trattamento dell’ansia. Tuttavia, è necessario procedere con estrema cautela, in quanto resta da valutare con precisione il grado di tollerabilità nell’essere umano. Ad esempio c’è un antagonista selettivo dei recettori cannabici di tipo 1, il rimonabant, che promuove la perdita di peso ma può, parallelamente, causare depressione anche grave. Questi effetti sono la riprova della capacità di influenzare i circuiti nervosi, ma è fondamentale  valutare le ripercussioni sul paziente, per non compromettere ulteriormente la qualità della vita.

Le ricerche proseguono a stretto contatto con altri team clinici, l’obiettivo del Prof Mauro Maccarrone “non è l’ampliamento delle conoscenze sugli endocannabinoidi con tante belle pubblicazioni, ma la messa a punto di qualche cosa di concreto che serva ai malati. […] La via corretta per una strategia terapeutica vincente e’ quella che passa attraverso composti in grado di modulare la concentrazione degli endocannabinoidi naturali, piuttosto che quella basata sulla somministrazione di sostanze esterne”.

Il legame tra Bordetella e gli endocannabinoidi

Dal 2005 i risultati dei test e l’incrocio dei dati confermano che una tossina della Bordetella Pertussis stimola una patologica produzione di endocannabinoidi. Gli esperimenti del Prof. Maccarrone, quindi,  confermano i risultati delle ricerche del Dr. Fiore, e rafforzano la convinzione che nel trattare la malattia di Parkinson si deve eliminare la causa della patologica iper-produzione di endocannabinoidi, non limitarsi a diminuirne gli effetti dannosi.

In attesa di ulteriori conferme, secondo il Dr. Fiore, nei pazienti affetti da morbo di Parkinson, accertata la tossi-infezione da Bordetella Pertussis, il trattamento farmacologico dovrà basarsi sulla somministrazione antibiotica a lungo termine. Il Paziente continuerà le cure in atto e aggiungerà le cure sintomatiche se, nei primi giorni di terapia, dovesse insorgere la “reazione di Jarsch-Herxheimer”. Le cellule staminali subiranno gravi danni, di pari entità a quelli subiti dalle cellule del paziente, se non si bonifica la tossi-infezione da Bordetella. E’ altresì fondamentale che il trattamento antibiotico venga somministrato nella fase precoce della malattia per evitare l’insorgenza di danni irreversibili.

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